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| Scicli |
“Quando il padre eterno creò il mondo, narra un poeta, e profuse i vari colori alle varie parti del mondo, sulla tavolozza gli restarono di ogni colore piccolissime quantità. Non sapendo come distribuirli, le mise tutte assieme e le riversò su un’isola del mediterraneo: la Sicilia" |
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Origine e Storia |
In questa pagina troverai un po' di storia. Abbiamo cercato di sintetizzare un percorso che parte dal nome e arriva fino al periodo fascista.
Il tutto accompagnato da una serie di foto scattate da alcuni dei nostri ospiti nei giorni di permanenza a Scicli.
Sul nome della città vi è molta incertezza: c’è chi sostiene che derivi da siliqua (la carruba) e chi da sicla, la zecca ivi impiantata dai romani.
Ma la maggior parte degli studiosi concordano nell’affermare che il nome del paese deriva da Siculo re dei Siculi, uno dei tre popoli (gli altri due sono i Sicani e gli Elimi) che in epoca classica si insediò in Sicilia (probabilmente l’origine della città è da annoverarsi tra il 1500 a. C. e l’800 a. C.).
Dai vari studi condotti su Scicli il re Siculo figurerebbe come il restauratore di una città già esistente e abitata dai Sicani, che furono i primi a scavare le grotte di San Matteo e, molto probabilmente, anche le due strade sotterranee: quella di “Anselmo” che univa il Castello dei “tre cantoni” al Mulino “Botte” (oggi Via Francesco Mormina Penna, in prossimità della Chiesa di San Michele) e l’altra delle “Cento Scale” che univa una grotta in prossimità della Chiesa di San Matteo ad una, ancora esistente, della Cava di Santa Maria La Nova nella quale era presente una fonte d’acqua.
Oggi entrambe le strade non sono percorribili e della strada di Anselmo si ignora anche l’ingresso, il quale essendo all’interno del Castello è stato coperto a causa del terremoto del 1693.
(non tutti gli studiosi concordano, però ad attribuire queste scale e il Castello a questo periodo…..)
I Sicano-Siculi, al tempo del loro insediamento in cima al colle di San Matteo, praticavano già l’agricoltura, col sussidio di strumenti metallici; il vomero di bronzo potrebbe risalire a questa età.
Le campagne erano ben coltivate e popolate. Sulle sponde dell’Irminio la tradizione vuole che le “Casmene vergini, nella prima fase della luna di Maggio, celebrassero, con danze, le feste Cereali”.
Le varie fonti della storia di Scicli ci raccontano che durante il periodo della storia antica il paese, così come buona parte della Sicilia, è stato assediato da diversi popoli: greci (questi lasciarono l’impronta di una grande civiltà a Siracusa e a Camarina (599 a.C.)), cartaginesi, romani e bizantini.
Nel 476 con l’inizio dell’Età di Mezzo la Sicilia fu invasa da: Eruli, Franchi, Vandali, Goti. Nessuno di questi popoli però vi si poté sostenere tanto a lungo da lasciarvi l’impronta di una particolare civiltà.
Solo successivamente i Musulmani riuscirono a conquistare l’isola: nell’819 (d.C.) sbarcarono sulla spiaggia di Pachino, nel 827 sbarcarono nell’attuale Alcamo, nel 844 fu presa Modica, nel 848 Ragusa e nell’anno 864 Scicli.
Furono i musulmani che trasformarono nella loro lingua il nome Siculi in “Siklah” o “S. clah”.
Iniziò così in tutta la Sicilia il dominio degli Arabi, durato189 anni. I vincitori tennero a distinguersi dai vinti, i quali erano costretti a considerarsi di un ordine inferiore e a dimostrare sottomissione verso i dominatori: non potevano, infatti, portare né armi né croci, né cavalcare cavalli, né costruire palazzi più alti di quelli dei conquistatori; né bere vino in pubblico, né celebrare esequie funebri.
Dovevano apporre un segno di riconoscimento sulle loro case e sulle loro vesti e se pagavano una tassa speciale potevano liberamente compiere nelle loro chiese i riti cristiani.
Il popolo siciliano fu diviso in quattro classi: schiavi, vassalli, tributari e indipendenti.
Nel territorio di Scicli, oltre ad alcune tracce ancora evidenti nella nostra lingua, come ad esempio “Donnalucata”, “I chiani” ecc…, introdussero nuove culture quali quella del carrubbo, del cotone, dell’ulivo, della canna da zucchero.
La Sicilia sotto il dominio dei Musulmani non era uno Stato unitario, ma era stata divisa in diversi settori, ciascuno alle dipendenze di un capo (“kaid”) diverso.
Avvenne che, sorte ragioni di inimicizia tra il “kaid” di Castrogiovanni e quello di Siracusa, quest’ultimo, per vendetta invitò i Normanni, accampati in Calabria ad occupare la Sicilia.
Nel 1061 i Normanni condotti da Ruggero d’Altavilla passarono in Sicilia e occuparono Rometta (vicino Messina).
Iniziarono così le conquiste dei Normanni e le sacre leggende, sorte attorno alle battaglie combattute dai Normanni contro i Saraceni, secondo le quali i Cristiani ottennero la vittoria grazie all’intervento di Angeli e di Santi.
Qui si colloca la storia della Madonna dei “Milici”: era l’anno 1091
L’ultima discendente della Casa normanna degli Altavilla fu Costanza, la quale sposò Arrigo VI di Svevia. Da questo matrimonio nacque nel 1194 Federico, che nel 1208 assunse il titolo imperiale di re di Sicilia col nome di Federico II.
Re Federico fu un precursore, nella difesa della laicità dello Stato contro l’invadenza della Chiesa, e nell’affermare, in pieno medio-evo, che il Papa dovesse avere autorità soltanto nelle cose spirituali, e dovesse sottostare al potere temporale dell’imperatore.
Da questo si intuisce la lotta continua tra Federico e i vari Papi succedutesi: Innocenzo III, Onorio II, Gregorio IX.
I Siciliani rimasero, tuttavia, a lungo legati di riconoscenza alla Casa Sveva, per le istituzioni a carattere popolare da essa introdotte e per il ricordo del grande re Federico, che, pur essendo un imperatore tedesco, aveva voluto e saputo interpretare l’anima della Sicilia, dove amò risiedere, accogliendo intorno a sé uomini di Lettere e poeti, e poetando egli stesso: così che diede origine a quella Scuola poetica Siciliana che segnò un’epoca, nelle umane lettere, e innalzando il dialetto siciliano alla dignità di una lingua.
E fu sempre Federico II che confermò a Scicli il privilegio di città demaniale e il motto araldico “Urbs inclita e vittoriosa”.
Nel 1250 alla morte di Federico II succedette il figlio Manfredi. Contro di lui, il Papa chiamava in suo aiuto, il re di Francia, Carlo d’Angiò, promettendogli in feudo la Sicilia.
Nel 1266 Manfredi fu sconfitto a Benevento e nel 1268 Corradino (figlio del primogenito di Federico, Corrado) fu catturato e decapitato.
La Sicilia cadde sotto la dominazione degli Angioini e iniziava così quella “mala signoria” che portò i Siciliani alla guerra del Vespro.
Il 5 Aprile del 1282 anche Scicli, Modica e Ragusa, come tutte le altre città siciliane cacciarono gli Angioni, i quali si rifugiarono a Malta. A favore della Sicilia arrivò Pietro d’Aragona, il quale per sostenere la guerra contro gli Angioini ordinò la riscossione di gabelle e impose il contributo del “fedro”, costituito da prestazioni in natura: cereali, vino, bestiame ecc…, provocando un malcontento generale.
Si formò una vasta congiura contro il re Pietro, alla quale presero parte anche i Castellani della Contea di Modica, la quale nacque proprio sotto gli Aragonesi.
Fu, infatti, a Federico Mosca, generale di re Pietro, che in premio delle sue gesta nella guerra contro gli Angioini, fu fatta nel 1283 la prima investitura della Contea di Modica.
(A Federico Mosca succedette prima il figlio Manfredi e poi la figlia Zivilla, la quale sposò Manfredi Chiaramonte. Seguirono nella Contea altri eredi della famiglia Chiaramonte, fino ad arrivare a Manfredi III.)
Il Conte di Modica Manfredi III Chiaramonte concepì l’ardito disegno di mettersi a capo dei malcontenti e di liberare la Sicilia dal re degli Spagnoli Martino, ma la morte lo colse e al figlio Andrea fu affidata la missione del padre.
Nel frattempo il re Martino arruolò un forte esercito per domare la rivolta dei Baroni, i quali alcuni di loro per timore di perdere i loro feudi si recarono a fargli omaggio.
Il re spagnolo incoraggiato così dalle defezioni, verificatesi tra i suoi nemici, si insediò prima nell’isola di Favignana e successivamente a Palermo, dove invitò Andrea Chiaramonte perché facesse atto di sottomissione.
L’infelice Andrea, recatosi dal re per giustificare la propria condotta, fu catturato e giustiziato il 29 Giugno del 1392. La contea di Modica fu data a Bernardo Cabrera.
La contea di Modica, a cui apparteneva anche Scicli, ebbe vita fino al 1834. Durante tutti questi anni si succedettero diverse famiglie fino ad arrivare alla Contessa Ventimiglia, la quale rimasta vedova del Conte di Modica e barone di Scicli, Carlo Michele di Stuart, si era fortemente indebitata.
I creditori ottennero, per mezzo di un decreto di re Ferdinando I che fosse nominata una Commissione per la vendita all’incanto dei censi in frumento. Così tra il 1822 e il 1834 veniva ad estinguersi lo Stato della Contea di Modica.
Durante tutti questi secoli Scicli fece parte della Contea di Modica e in modo particolare il secolo XVII viene ricordato per una serie di disgrazie che la colpirono: anni di grosse piene e nubifragi (1612, 1615, 1618) si alternarono ad anni di siccità totali (1611, 1616); nel 1619 si ebbe a soffrire l’invasione delle cavallette, e nel 1626 Scicli fu l’unico paese della Contea ad essere invaso dalla peste.
Infine il secolo si chiuse con il terremoto dell’11 Gennaio del 1693, a causa del quale precipitarono tutti i conventi, i monasteri e le Chiese.
Il secolo XVII e il XVIII secolo vengono ricordati anche per le numerose Accademie che sorsero in tutta la Sicilia e anche a Scicli. La prima Accademia di Scicli fu quella degli “Invillupati”, che ebbe vita dal 1624 al 1693; risorse dopo il terremoto con il nome di “”Redivivi”.
Gli Accademici si chiamavano: “Il Solingo”, “Il Travagliato”, “Il Sopito”, “Il Disperato”, “Il Malgradito”, “L’Offuscato”, lo “Smarrito”, e occupavano le ore dei loro convegni in poetici trattenimenti.
Nel 1728 fu fondata l’Accademia dei “Riaccesi” che durò fino al 1788. Le fonti parlano anche di un’altra Accademia fondata a Scicli dall’arcivescovo di Siracusa, Monsignor Marini: ma ebbe soltanto lo scopo di coltivare gli studi teologici.
Infatti un ciclo di poemetti e scritti storici riguardano la vita e la storia di San Guglielmo, il nostro Santo eremita.
Il Settecento (XVIII sec.), a parte la presenze delle Accademie, non ebbe particole rilievo, in quanto la città era impegnata nella sua ricostruzione dopo il terremoto del 1693.
Nel XIX secolo le province furono divise in distretti e questi in circondari. Scicli fu il capoluogo di circondario del Distretto di Modica. In questo secolo i vari moti carbonari scoppiati in tutta Italia ed ebbero un grande eco anche in Sicilia.
Nel 1820 erano insorte Palermo, Catania, Messina e successivamente anche altri comuni.
Ai moti del '20 seguirono quelli del '37 e del '48 che servirono alla Sicilia per staccarsi da Napoli, dandosi come propria Costituzione quella del 1812.
Ma dopo il 1849, per effetto della propaganda del Comitato centrale mazziniano i patrioti siciliani abbracciarono la causa dell’Unità italiana.
Il terreno preparato dai cospiratori siciliani, che avevano accettato il programma unitario di Mazzini, rese possibile la vittoria dei Mille Garibaldini, contro le truppe borboniche. Fu così che il 7 Giugno il popolo di Scicli proclamava l’annessione al Piemonte, con Garibaldi dittatore supremo dell’isola.
Ma il governo piemontese nel prendere e amministrare le province meridionali, mostrò di non voler tenere in considerazione le loro tradizioni e le loro esigenze.
I siciliani si trovarono soggetti ad un potere accentratore che presentava il conto della liberazione imponendo l’onere del Debito Pubblico e introducendo la leva militare obbligatoria.
Le Chiese e i conventi furono spogliati dalle loro opere d’arte e dalle loro ricchezze, utilizzate successivamente per altri scopi e non a vantaggio dell’isola; vennero arrestati e puniti i renitenti alla leva e le loro famiglie.
Il generale malcontento portò così all’insurrezione di Palermo nel 1866, ma gli insorti furono presto costretti a cedere. Se da una parte lo spirito di ribellione continuò a serpeggiare in Sicilia dall’altra le condizioni delle classi lavoratrici si facevano sempre più difficili a causa della crisi dell’agricoltura e della mancanza di risorse industriali.
Le classi privilegiate videro che l’unico modo per salvarsi dalla rovina economica era quello di conservare il potere politico servendosi di qualunque mezzo: la corruzione, l’intimidazione, il rifiuto di assunzione al lavoro e dove c’era si faceva ricorso alla mafia (La Questione Meridionale).
Intanto nuove idee liberatorie giungevano da fuori e intorno al 1873-74 anche a Scicli fu fondata un’associazione operaia “I Figli del Lavoro”. In questo contesto è da ricordare la figura di Francesco Mormina Penna, che tenne vivo a Scicli il culto del Mazzini e che fece parte del Comitato insurrezionale del Sessanta.
Più tardi sorsero in Sicilia i Fasci siciliani dei Lavoratori: a Scicli si formò nel 1893 con 200 aderenti.
Da lì a qualche anno spuntarono le prime bandiere rosse e si cominciò a festeggiare il I Maggio. Lo spettro del Socialismo e del Comunismo prese a disturbare il sonno dei borghesi di bella età.
Nel 1915 arrivò la notizia dello scoppio della guerra, alla fine della quale fu murata una lapide a ricordo dei Caduti sulla parte destra del palazzo municipale e altre due lapidi furono apposte all’interno della Chiesa di San Giovanni, col nome di tutti i Caduti della nostra città e vi fu costruita una cripta, dove furono collocate alcune salme, portate dai cimiteri di guerra.
Successivamente iniziò il ventennio Fascista che portò alla seconda guerra mondiale che a Scicli si fece sentire con le incursioni aeree degli “sputa-fuoco” inglesi, che seminarono bombe tra le nostre pacifiche rupi.
La gente si scavava i rifugi nelle rocce delle colline, lottando intanto con la fame. La mattina del 10 Luglio, davanti alla Foce, il mare nereggiava di natanti nemici.
Dalla parte di nord-est, verso Catania, il cielo si copriva di fumo e di fiamme.
Già nella notte, erano atterrati nelle nostre campagne numerosi paracadutisti americani, sparsisi rapidamente per tutto il territorio.
A giorno fatto, dalla Balata, furono sparati alcuni colpi di obice: gli Alleati volevano accertarsi che non ci sarebbe stata resistenza. Infatti, i paracadutisti poterono pacificamente impadronirsi del Municipio, dove si insediò, ad amministrare il Comune, un ufficiale americano. Nel nostro territorio non si ebbero lamentele di abusi, di violenze e di delitti, commessi altrove dai soldati di colore e specialmente dai Tedeschi. Questi ultimi nel nostro territorio non ebbero mai stanza.
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Scicli, vista da Erika S. |
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Scicli, vista da Lisa L. |
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Scicli, vista da Dario D. |
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Testo: Liana G. Foto: EriKa S. Lisa L. Dario D. |